Recensione "È solo la fine del mondo" (2016) - Alessio Castiglione
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Recensione “È solo la fine del mondo” (2016)

“Ce serait un simple après-midi en famille. Si ce n’était pas le dernier.”

“Sarebbe un semplice pomeriggio in famiglia. Se non fosse l’ultimo.”

 

Titolo originale: “Juste la fin du monde”

Durata: 1h, 39m

Genere: Drammatico

Regia: Xavier Dolan

 

È come se mi fosse stata data l’ultima sigaretta del pacchetto; dal regista, dalla madre, dal protagonista. Invitato a pranzo anch’io: a contribuire, a dare una fine. Sono rimasto in silenzio a guardare. Mi sono chiuso, messo al muro, spostandomi dal divano del soggiorno, al divano della camera da letto del piano di sopra. Seduto, ad ascoltare.

È arrivato, e ho pensato “è bello come in foto”. Ti basta poco per riconoscere che ciò che vedi ha un suo codice della bellezza. Un caffè a pochi metri dal gate di partenza, tre vecchi seduti ornati di metallo e lenti antiriflesso. Un ragazzo austero, e un ragazzo rosso. Ha preso il taxi, non c’era bisogno. Siamo pochi, siamo qua per questo… per dodici anni aspettare che arrivasse. Arrivato. Ha gli occhi che gli piangono. Perché?
È tornato.
Indossa un cappello.
Non ha una borsa.
È solo,
Perché?
Non lo fa sedere nessuno, e lui non si siede.
La mano sul fuoco; fa ancora più caldo; non è qui per sedersi; Ci sono cibo e parole per tutti, ma oggi solo per lui. Noi siamo qua. Io. Anche. Sempre seduto. Per ascoltare. Accomodati su un letto di chiodi.

Il dialogo con se stesso, con la cognata, con la sorella, con il fratello, con la madre, con se stesso. Parla con tutti, ma so che si sta rivolgendo più a me. Tre parole, un sorriso. Mi arrivano come proiettili di un fucile da caccia. – Mi ero messo così nascosto per non farmi prendere, mi ha preso lo stesso. – La musica fa rumore, serve a riempire i vuoti e le ore della digestione, dove il sangue dovrebbe concentrarsi nello stomaco, e invece ti arriva dritto in testa. “Sì, comunque, voglio un altro caffè,” “ti accompagno a prendere un pacchetto di Marlboro.” Lui ci va, il sangue in testa; “sto zitto perché non voglio sapere niente,” lo dice mentre sbraita parole a raffica di vento. Accelera e tornano subito nel campo di battaglia dove è cresciuto il verde, spontaneamente come dopo le guerre. “È morto quel tuo amico, di tumore.” Comunque. Le Marlboro, rosse. Loro. Sicuro. Oppure l’Aids. Anche lei. In lui. “Se sei qua, c’è un motivo. Dillo.” E non lo fa parlare nessuno. Vomita, sono i succhi gastrici, la malattia, la paura, sicuramente, perché non ha mangiato niente. La digestione a lui non serve. Il dolce. “Allora…” ; “Com’è questo dolce?!” Lo interrompono spesso, a volte con le parole, a volte con una canzone. Adesso, siamo alla fine: deve parlare.
No, non lo dire.
Sì, deve.
Allora, dillo – cazzo – dillo!
Il motivo, la scusa, la paura, la fine. Dille. “Ti accompagno, hai un appuntamento, no? Avevi detto che ti serviva un passaggio, ti accompagno io. Andiamo; va bene così. Siamo felici così, del perché sei tornato, no, non occorre, no? Va bene. Sto facendo qualcosa. Sto facendo quello che ci è utile. Non dirlo. Ma lascia la pace in questo verde che è cresciuto spontaneo, lascia la pace.” Sta pensando ad alta voce, no… sta urlando. Il sangue in testa. Non se ne accorge. E lui muto. Bellissimo, e muto. Come le rose, se mai avessero i petali così blu.

In fondo ad acque torbide sento che qualcuno è pronto a salvarmi da qualunque precipizio di mare. Io so, e non voglio detto più nulla. “Ti accompagno io all’appuntamento.” Se avessi saputo la strada l’avrei accompagnato anch’io. E invece, se ne va da solo. Io con la sigaretta in mano e lui colpito da un uccellino che entrando in casa si è scavato una tomba. “La prossima volta ci organizzeremo meglio.”

Xavier Dolan e Jean-Luc Lagarce hanno scattato un ritratto alla tragedia. Mi hanno fatto venir voglia di bruciare la lezione di Italo Calvino sulla Leggerezza. Mi hanno fatto venir voglia di starmi zitto per farmi venire ad abbracciare, a tirarmi fuori di forza da quella casa. Ho amato la pesantezza, ho amato così tanto questa fotografia da sentirmi male. Come succede a qualcosa di reale che sparisce nel momento in cui te ne innamori così tanto. È; così: tanto. Un sogno così felice, un incubo così triste, dal quale non sai se volerti svegliare.
Non sai se l’indomani sarà un bene ricordare.
È durato pochissimo.

 

Alessio Castiglione, 28/12/2016

 

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