L'attesa di Mercurio - Alessio Castiglione
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L’attesa di Mercurio

Un giorno( solare o sidereo) sette pianeti si ritrovarono in posizioni non prestabilite, lontani tra loro. Intorno non c’era che buio e tantissime lucine che brillavano qua e là per l’intero spazio. Ecco lo Spazio, l’enorme casa dei pianeti era l’unico apparente luogo dove passare il resto del tempo. il Tempo era differente per ogni pianeta che girava su se stesso, forse per non annoiarsi mai. Non c’era tanto da fare nello Spazio, così dopo anni(luce) di silenzio Mercurio parlò

-Voi tutti perché non vi fermate un po a chiacchierare con me?-

Ma quasi nessuno gli diede ascolto, alcuni erano occupati nel proprio giro altri erano troppo lontani e nello Spazio non c’era eco. Gli unici che udirono furono Venere e Terra. La prima che pareva molto gentile nonostante la sua rotazione gli rispose

-Pianeta chi sei tu che parli?-

-Mercurio-

-Non riesco a vedere la tua forma, troppa luce intorno a te.-

-E’ Sole, è caldo. E tu chi sei?-

-Venere-

-Come sei luminosa.-

Udito ciò furono incuriositi tutti i pianeti finora ammutoliti. Terra si presentò in tutto il suo colore, Marte si intromise con la sua spavalderia, Così come i quattro giganti Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Mercurio fu lasciato in disparte pur essendo stato il primo a iniziare un primo approccio, restò fiducioso ad aspettare la rotazione del suo pianeta preferito. Ma Venere continuava a ricevere lusinghe sperando di poter ritornare da Mercurio che dopo tanto tempo ad aspettare finì per congelarsi… Venere pianse vedendo la tragica fine del piccolo Mercurio, il suo vero amico, tanto che le sue lacrime si cristallizzarono in lei rendendola ancor più luminosa. La Terra la più fortunata si limitò a girare fin quando in lei si formarono le prime forme di vita e Luna. Così Venere non importava più. Marte furibondo perché nessuno più lo ascoltava diventò rosso di rabbia, e dei suoi ghiacciai restarono solo i crateri. I quattro giganti troppo lontani e troppo grossi restarono in disparte per l’eternità sfidandosi a raccogliere anelli. Infine vinse Saturno e Nettuno poté fare niente per impedirlo.

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Il Lago

-Siamo così tanto storditi dal rumore che perdiamo il piacere del silenzio, una lingua che non riusciamo ad interpretare appartenente ad un mondo ormai difficile da trovare. Parole nuove che il nostro udito non riesce a sentire. Fermiamoci ad ascoltare, solo allora sarà stupendo poter parlare con gli angeli.

Il silenzio, la forma più gradevole che un suono può acquisire come un odore inebriante, come un cibo dolce,ci appaga. Riesce a riempirci di pensieri e anche se musica non è lo si sente. Ma Tenshi ascoltava la quiete, riusciva a leggerci dentro parole, frasi e concetti che difficilmente riusciva a interpretare. Esplorava e ricercava in essa il senso di vuoto che non riusciva a colmare, aveva bisogno di sentirla, tanto da cercarla in ogni dove. Ma protagonista assoluto restava il rumore che prepotente divagava per le strade e nei pensieri della gente sempre in corsa verso il tempo.  Ma c’era chi si fermava di colpo senza quasi un perchè. Tenshi era solo ma sapeva che da qualche parte loro c’erano, tanto da sentire la loro presenza astratta per le vie del quartiere speciale di Adachi.. La città che non dorme, dove il sole preferisce stare in disparte coperto dallo smog causato dai tanti veicoli che riempiono ogni lato della regione a parte il Toneri Park, unico spazio verde dove staccarsi della caoticità diviene semplice grazie alla presenza del lago che bagna il lato del Toneri. Tenshi si ritrovava spesso tra gli alberi di ciliegio e le foglie di tè, lì in quel piccolo eden ritrovava se stesso, ritrovava la felicità, ritrovava loro… Mamma e Papà. In un giorno qualunque, privo di casi, Tenshi si ritrovò come abitudine a piedi nudi sulle sponde del lago. Pensava. L’acqua così limpida riusciva a riflettere l’immagine di un ragazzo semplice e stanco, ricoperto da pesanti indumenti dai colori spenti, un controsenso alla sua giovane età. Mise da parte lo specchio acquatico e i pensieri bui, era il momento di abbandonarsi ai ricordi, viaggiare tra le memorie più belle, Ascoltare il silenzio. Ed è lì che chiudendo gli occhi orientali Tenshi rivide i suoi cari immersi nelle acque dolci del Toneri,  ma prima di riuscire a parlargli una voce interruppe la magica transizione tra sogno e triste realtà.

-E’ sempre così caldo…-

Non troppo lontano da Tenshi una giovane ragazza contemplava il lago, sfiorando con la mano le sue acque.

-…E silenzioso-

Continuò il ragazzo.

-Quando voglio ascoltare il silenzio non c’è luogo più magico-

Tenshi annuì consenziente. Quella voce gli regalava serenità.

-Scusa… Ho interrotto qualcosa?-

-No tranquilla, come ti chiami?-

-Uriel-

Entrambi i ragazzi continuarono la conversazione, Tenshi si rese conto di parlare con una ragazza piena di vita, una sorpresa inaspettata. Era da tanto che non incontrava qualcuno. Uriel sapeva ascoltare, nei suoi occhi brillava una luce particolare la stessa che irradiava sua madre. L’aspetto candido gli donava un aria non comune. Era diversa… Dopo vari argomenti Tenshi si sentì in dovere di raccontare la sua storia ma prima che potesse parlare un rumore lo distrasse. Erano i clacson dei mezzi, perenni nel traffico dei giorni lavorativi, rigiratosi si ritrovò nuovamente solo. Uriel non c’era più, al suo posto diverse piume bianche erano sparse tra il verde dell’erba e la calma del lago. Un senso di grande tristezza lo avvolse, come svegliatosi da un bel sogno. Si rese conto che altro non era che un miraggio quella creatura, anche se ogni dettaglio ricordava meglio un angelo trovato per caso tra i silenzi e scomparso nel rumore. Tenshi ritornato alla realtà andò via dal luogo beato con dei nuovi obbiettivi. Avrebbe preso le redini e messo da parte il passato. non si sarebbe ripresentato ad Uriel con argomenti cupi.

La vita è piena di rumore ma se vogliamo trovare il silenzio non ci resta che pregare. 

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L’orgoglio

Fino a quando il gatto dormiva tranquillo nella propria cesta, i coinquilini non destavano attenzione, c’era elettricità senza cortocircuito e pure i rubinetti erano aperti e il pavimento bagnato. Svegliatosi il felino, la concentrazione si era focalizzata nell’accaduto così scoppiò la scintilla e sotto il tetto c’era meno ossigeno. La rabbia straripava dagli occhi, e l’amore era scemato fino a scomparire così che i due contendenti alle scuse si erano celati nell’orgoglio, si ammutolì la casa. I rintocchi delle ore passarono e il sole spuntò senza gioia dentro e fuori se stessi.

Non si pronunciarono nomi e si andò avanti, e chissà quanto tempo dovrà passare prima che il gatto ritorni a dormire tranquillo nei sonni persi della sera. Si sfiorano corpi, e si fa ciò che automatico viene prima di sentirsi dire quella parola che mai si saprà da dove uscirà prima che venga pronunciata… Manca e non manca. Eppure a uno dei due non importa proprio niente, sembrerebbe.

Ad occhi chiusi aspetto.

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