LA FESTA - Alessio Castiglione
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LA FESTA

Nei miei occhi due schegge di vetro:

una apparteneva al whisky che bevevo con te,

l’altra a una delle mie tante altre bottiglie,

in una delle mie tante altre sere, sola;

Avevo paura di chiudere gli occhi, perché avevo

paura di perderti, di farmi male.

Allora diventavo rifugio, casa, dimora, chiesa aperta

solo per te, ai tuoi peccati, in lotta con la mia piena

misericordia.

Eravamo stati invitati in una serata elegante. Tu: in

giacca e cravatta, io: in abito lungo.

Stavamo così male da seri, eravamo sempre poco

seri… Stranamente ridevamo spesso, dei ricordi,

perché il resto mi faceva piangere, sempre.

Sereni, eravamo usciti da casa come se fossimo io,

Carnevale, e, tu, Halloween, per prendere il nostro

dolcetto, a decidere quale scherzetto.

Eravamo la burla di noi stessi, innamorati come le

mantidi femmina prima di sferrare l’ultimo colpo.

Stavi bene anche così, con le maniche troppo

lunghe, con la camicia nera di tuo padre.

Ti stava bene tutto; forse io, accanto, no.

Quella sera guidavo io.

Ero sempre io a guidarti, nei giorni dispari, nei

giorni di festa, quando c’eri e quando uscivo per

cercarti.

Quella sera sembravi accanto a me, ma mai davvero

vicino ti avevo sentito,

mai, insieme a te mi sono sentita davvero.

Preferivo ascoltare te, le tue bugie, anche in

Quella solita sera; che solita festa.

Io: so perché nonostante tutto mi volevi vicino.

Sapevo tutto, ma non te lo dissi mai.

Mi facevi capire che era meglio starsene zitti, o

diversamente ridere, diversamente me e te, noi.

Diversa rispetto a te e ai tuoi gusti mi sentivo io, con

le lacrime agli occhi quando fingevo un raffreddore…

Piangevo,

piangevo,

per te.

Vivevo,

vivevo,

per te.

E guidavo, per arrivare a quella stupida festa.

C’ero io perché c’eri anche tu.

Perché anche il solo accompagnarti e starti vicino mi

bastava; ero abbastanza.

Non sarei mai stata perfetta.

Con l’abito che inciampava sull’acceleratore andavo

avanti, tra un brano triste e uno meno triste.

Ci piaceva ascoltare quel tipo di musica.

In fondo ci piacevano gli stessi generi.

Mi scappa da ridere quando ci penso… se ti penso

insieme a qualcun altro.

Arrivammo alla festa come si arriva ad un qualsiasi esame,

con l’ansia da prestazione.

Scesi dalla macchina provasti ad afferrare la mia

mano, ma non eri me che amavi.

E cercavi, appena dopo il “benvenuti” già cercavi

altro. Tutto tranne me.

Con i tuoi soliti sguardi nascosti, le tue orbite che

percorrevano un moto di rivoluzione in un sole a un

buco nero dal mio. Sembravi amare tutti; solo perché come te.

E io che ero diversa, ero la comparsa; mai la tua

compagna.

Era una casa piena di specchi, una festa di riflessi.

Bastarono tre momenti per perderti: la tua entrata

con me l’avevi fatta, i tuoi bicchieri di vodka liscia

erano stati ingeriti, già eri a scopare chissà in quale

stanza, chissà con chi… no…

“Chi”, l’ho sempre saputo. Ciechi lo si diventa anche

in vita, e cieca lo ero diventata per te, per i tuoi

incontri, le tue sporche chat aperte.

Ma come faccio ad odiarti se non hai la facoltà di

scegliere?

Però un po’ ti odio, pure. Perché non ci provi; perché

non ci provi?

Un attimo e sarei stata con te. Un attimo e ti avrei

detto sì. Sì ogni giorno.

E invece no: non può essere, non è possibile, non

sarò tua, non è così che va, non ho possibilità…

Non mi sentivo tradita, ma in colpa, in colpa sì, con

me stessa, perché ancora e ogni giorno ti avrei

aspettato, ancora sporco di sperma, ancora avvolto in

un corpo che non è il tuo, che tu detesti, ma che a me

piace, e mai sarà mio. Con te ho solo “Ma.”

Ma io comunque ti amo, e non posso farci niente.

 

E tu mi guardi, proprio ora mentre scendi, ridi; e,

come sempre, fai finta di niente.

Io mi allontano,

vado in bagno,

mi do uno schiaffo,

e mi aggiusto il trucco.

-Come sei bella.- mi dici.

Non è giusto.

 

 

                                                                                                                   Alessio Castiglione

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